Morgan Lost e “Old Sparky”

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“Old Sparky” è il nomignolo che si dà negli Stati Uniti alla sedia elettrica e questo termine è molto ricorrente nelle storie di Morgan Lost, ambientate in un’America “ucronica” e “alternativa” che mischia gli anni ’50 con architetture egizie e “gothamesche”.
“Old Sparky” è anche il fulcro intorno a cui ruota questo albo n. 8, in cui Morgan si trova alle prese con un serial killer meno “fumettistico”, dato che non indossa maschere, nasi finti o orecchie da coniglio mannaro, ma che uccide le famiglie nelle loro case, per colpire il concetto stesso di “focolare domestico”.
Come nel n. 5, l’assassino viene catturato quasi subito, dopo un’incredibile inseguimento in cui Morgan resta appeso ad un dirigibile in volo su New Heliopolis, ma in realtà il bello comincia dopo. Infatti l’assassino viene processato e condannato, ma qualcuno ricomincia ad uccidere, dedicando a lui i propri omicidi: il colpo di scena finale sarà scioccante e doloroso, per Morgan come per il lettore.

Ancora una volta, Claudio Chiaverotti si dimostra un Maestro nel saper miscelare scene di azione come il già citato inseguimento mozzafiato (da pag. 34 a pag. 46!!!) a un’indagine psicologica fuori dal comune, andando a toccare tematiche insolite e coraggiose.
Infatti questa è una storia contro la pena di morte, nonostante il condannato sia un assassino psicopatico, ma anche una storia d’amore malata e senza futuro, che nell’ultima pagina riesce addirittura a strappare una lacrima di commozione.

I disegni sono di Ennio Bufi e sono i migliori visti finora sulla testata: la scena del dirigibile, non a caso usata per il trailer di lancio della serie, è già storia!
I rossi sono distribuiti in maniera fantastica e a pag. 76-77 gli occhiali del secondo assassino sembrano fari inquietanti nella notte.

A pag. 57, Chiaverotti si diverte anche a citare Dylan Dog n. 80 “Il cervello di Killex”: durante il processo, Morgan dà la sua testimonianza con un’ironia molto simile a quella di Dylan in quello storico albo, con lo stesso risultato, ovvero farsi espellere dall’aula.

In conclusione, Morgan Lost, seppure meno immaginifico e più crudo di Brendon, si conferma come una delle migiori creazioni del fumettista torinese.

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Le vie di UT.

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Al terzo albo (su sei), si comincia lentamente a capire qualcosa di UT, l’insolito fumetto creato e disegnato da Corrado Roi e sceneggiato da Paola Barbato e del quale ho già parlato.

Ut è uno strano individuo: il cervello di un bambino rinchiuso nel corpo di un adulto. Il suo volto è nascosto da una maschera di cuoio con cerniere, non si sa se perchè sfigurato o perchè se ne vergogna. Non è in grado di formulare pensieri troppo complessi, ma ha bisogni elementari ed esegue docilmente gli ordini del suo tutore, l’entomologo Decio. È capace di violenze efferate, ma sempre per difendere chi è minacciato, ed è amorevole con il suo gatto Leopoldo e, pur con qualche asprezza, anche con la misteriosa bambina Yersinia, che non tocca cibo perchè il suo nutrimento sono le favole.

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Una favola, raccontata da Ut a Yersinia, fa appunto da filo conduttore alla vicenda e forse la verità sta proprio in essa: parla di un uomo, di nome Atem, che viveva in una società in cui non dovevano esistere copie, nè di oggetti, nè di animali, nè di esseri umani. Solo originali. Eventuali copie andavano eliminate subito ed è quello che sembra rischiare Atem nella favola.

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Un Originale c’è anche nella realtà in cui vive Ut: è un gigante senza memoria e senza coscienza di sè, di nome Iranon, uscito da un sepolcro in cui dormiva. Se lui è l’unico Originale, chi o cosa sono Ut, Decio, Yersinia e tutti gli altri bizzarri e inquietanti personaggi che popolano il paese sul lago (che si scopre essere Laveno, in provincia di Varese)? Forse cloni malriusciti? Si sa che vivono molto più a lungo degli esseri umani “nati da donna”, che alcuni sono cannibali mentre altri non hanno neanche necessità di nutrirsi (Ut stesso sostiene di mangiare una volta al mese) e che sono stati creati da ingegneri genetici, come Hog (con le sembianze del defunto Umberto Eco), che Iranon sta cercando, o come Labieno, che crea lapidi funerarie viventi dal volto di neonato o abominevoli installazioni composte da corpi umani vivi e collegati tra loro da tubi.
Nelle storie si accenna anche a misteriose “case viventi”, che non si capisce se sono edifici o persone e che alcuni vogliono riportare alla luce, mentre altri distruggere.

I dialoghi sono ermetici ed essenziali: i protagonisti dicono e non dicono, svelano e nascondono.
Ut parla in modo strano e affibbia soprannomi a suo piacimento: Yersinia è “la bambina che non esiste”, Iranon è il “fossile” o il “coso”, tutto lo irrita e gli inconvenienti lo indispongono, ma gli piacciono stelle, farfalle e il suo gattino. Lui vorrebbe solo essere lasciato tranquillo, ma capita sempre qualcosa che lo costringe a sorvegliare Iranon o ad ammazzare qualcuno.
È molto infastidito dalla puzza di ammoniaca che avvolge Iranon e che potrebbe essere un indizio sulla sua vera natura.

Nel n. 3 appena uscito in edicola, intitolato “Le Vie dei Pensieri”, si scopre che Iranon non è l’unico originale: c’è anche una donna di nome IV (o è il numero 4 in latino?), simile a lui e base per la creazione di altre donne cloni, alcune appena abbozzate.

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C’è anche una setta di filosofi che condividono una sola mente e pensieri identici e che cercano di spiegare a Ut le loro teorie, beccandosi la seguente risposta, tradendo la “lombardità” di Roi e Barbato:

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Insomma… vi ho confuso ancora di più le idee, vero?
Ci tocca attendere i prossimi tre albi, sperando che i misteri vengano tutti dipanati.

 

 

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Dylan Dog tra incubo e realtà.

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Groucho: “Qual è lo scopo della vita? Diventare più umani o produrre di più?”

Mai come nel mese di maggio, i lettori “dylaniati” hanno potuto apprezzare entrambi i volti dell’Indagatore dell’Incubo: l’orrore tradizionale e l’orrore quotidiano.
In questo mese sono usciti infatti il nuovo Color Fest, intitolato “Baba Yaga”, scritto da Paola Barbato e disegnato dal grande Franco Saudelli, e il n. 356 della serie regolare, intitolato “La macchina umana”, scritto da Alessandro Bilotta e disegnato da Fabrizio De Tommaso, lo straordinario copertinista di Morgan Lost.

Nel primo albo, Dylan viene assunto dal signor Todorovic, vittima di un contratto che lo lega alla Baba Yaga, l’inquietante strega della tradizione russa.
Nel secondo, invece, si trova, senza alcun motivo apparente, a lavorare in una grande azienda facente parte della Ghost Enterprise, che schiavizza i suoi dipendenti e li sottopone ad umiliazioni quotidiane.
Se nel Color Fest la trama è basata sull’horror classico e sui tradizionali patti diabolici, nella serie regolare l’incubo è quello della quotidianità, dal momento che esistono veramente situazioni lavorative in cui gli impiegati sono torturati psicologicamente, costretti a fare straordinari non pagati, ad avere addirittura paura ad alzarsi per primi dal posto di lavoro, anche se è terminato il loro turno.
Eppure… i due albi in un certo qual modo sono collegati: cosa è infatti un contratto di lavoro, se non un patto con il Diavolo? Quando firmi un contratto particolarmente vessatorio, quando accetti di essere sfruttato, non stai forse facendo un patto con il Diavolo o con una qualche creatura maligna del folklore tradizionale?

Nel Color Fest, Dylan e il suo cliente si trovano al centro di una sfida tra due Entità equalmente spietate: la Baba Yaga e il Diavolo, che si stanno contendendo l’anima del signor Todorovic, ma si parla pur sempre di una storia grottesca e horror, alla quale i bellissimi disegni di Saudelli (celebri le sue donne seminude e i loro graziosi piedi, vera ossessione feticista del disegnatore di Latina) conferiscono splendore.
Ne “La macchina umana” invece non c’è soluzione, perchè siamo noi stessi a non avere il coraggio di ribellarci allo sfruttamento lavorativo. Bilotta, per rimarcare ulteriormente il suo messaggio, inserisce un finto finale consolatorio a metà dell’albo, completo di classica scritta “Fine dell’Episodio”, ma girando pagina, Dylan si sveglia nuovamente nel suo incubo lavorativo. Qualcuno ha visto anche, in questo finto finale, una frecciata alla precedente gestione “dylaniata”, in cui alcune storie terminavano veramente così, con finali consolatori e quasi preconfezionati, molto diversi dai finali dei primi albi di Dyd.

Quanto alla parte grafica, una menzione particolare la meritano, nel Color Fest, la copertina di Ausonia e le spettacolari tavole di Saudelli (orchestrate naturalmente da Paola Barbato in quanto sceneggiatrice): soprattutto nel finale, si raggiunge un livello di psichedelia e visionarietà assolutamente unici, confermando il ruolo sperimentale del Color Fest.
Nella serie regolare invece, De Tommaso ci sorprende con un tratto molto diverso da quello che ogni mese ci sbalordisce dalle copertine di Morgan Lost.

In Dyd 356 c’è anche una vera chicca: una citazione dal film Fantozzi, in cui Dylan arriva in ritardo al lavoro e percorre di corsa il corridoio per timbrare il cartellino, dopo avere parcheggiato sgommando il suo maggiolone. E anche Fantozzi era solo apparentemente un film comico, in realtà tragico.

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Morgan e l’astronauta

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A Claudio Chiaverotti piacciono gli astronauti.
Fanno capolino in molte storie della serie “Morgan Lost” e un astronauto compariva anche in uno storico albo di Brendon, il primo “figlio” dell’autore torinese.
Perciò era naturale che prima o poi un astronauta sarebbe stato il protagonista di un’intera avventura.

Duncan Dredd fa parte dell’equipaggio del Vulcano 7, un modulo che si appresta ad atterrare sulla Luna, ma proprio al momento dell’allunaggio uccide in mondovisione tutti i suoi compagni, prima di levarsi il casco e morire all’istante.
Subito dopo, alcune persone legate a Dredd muoiono in circostanze misteriose: toccherà a Morgan Lost capire quale sia il collegamento, in una trama che unisce thriller, fantascienza e magia nera.
Per la gioia dei lettori della prima ora, ricomparirà anche il diabolico (e innominato) Direttore del Tempio della Burocrazia.

La luna ha sempre esercitato un fascino enorme su scrittori, poeti e cineasti: Morgan stesso la cita fin dal primo numero, nell’immagine appesa in casa sua, presa dal film “Viaggio nella luna”, di Georges Méliès, del 1902. Ma molti secoli prima, Ludovico Ariosto faceva arrivare sulla luna, a cavallo dell’Ippogrifo, il paladino Astolfo, in cerca del senno perduto del cugino Orlando.
E come dimenticare Spazio 1999, l’immortale (sebbene ingenua) serie TV degli anni ’70 con Martin Landau e Barbara Bain, in cui la luna sfuggiva all’orbita terrestre, portandosi dietro anche la base lunare dei nostri eroi e vagando per l’universo?
Chiaverotti riesce ad unire, in questa sua storia, indagine poliziesca, visioni oniriche e soprannaturale, come solo lui sa fare.

Una menzione particolare la merita la tricromia di questo albo n. 7 (come il modulo lunare della vicenda), a mio parere molto più azzeccata degli albi precedenti, perchè secondo me il rosso deve sottolineare elementi narrativi nelle singole situazioni e non ridursi ad una nebbia soffusa come troppo spesso ho notato.

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Resta da accennare al numero 8 in uscita imminente, disegnato da Ennio Bufi (mentre questo è affidato alle matite di Andrea Fattori), di cui potete vedere qua sotto una splendida anticipazione.

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La vendetta di Rosa (Nuovo Mondo 7)

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Rosa: “Devo ammazzare un sacco di gente, papà.”
Ringo: “Il problema non è uccidere, ragazzina… ma farlo nella maniera giusta.”

Avevamo lasciato Rosa, nel numero scorso, sconfitta, catturata, privata di suo figlio appena nato e tormentata dal senso di colpa per avere (f0rse) erroneamente ucciso Lora, la moglie di Vincenzo.
Tutti i profughi, traditi dall’infame Armin (in realtà un soldato infiltrato nel gruppo dalla Juric), sono stati rinchiusi in prigione e Rosa è in isolamento, senza più voglia di rialzarsi: sarà, come sempre, il fantasma di suo padre Ringo, sempre in contatto con lei, a ridarle la voglia di lottare.
Rosa aveva giurato ad Armin che sarebbe stato il primo a morire e infatti muore atrocemente, in una scena che mi ha ricordato quella di Sin City, in cui Marv massacra l’alto prelato che ha fatto assassinare la sua donna.
È solo l’inizio della vendetta di Rosa, che però scopre poco a poco di non avere più la superforza che l’aveva accompagnata da quando era atterrata sul pianeta: capisce quindi che era suo figlio a trasmettergliela, grazie al DNA di Ringo. Decide quindi di usare una droga potenziatrice, che non si sa ancora a quali conseguenze porterà.
Rosa però non è l’unica detenuta in isolamento: c’è qualcuno ancora più feroce di lei. Chi sarà? La rivelazione finale sarà sconvolgente.

I disegni cupi ed essenziali di Werther Dell’Edera accompagnano Rosa e lo spettro di Ringo nella risalita dall’inferno, mentre, nel palazzo della Juric, Sam la Mocciosa sembra sprofondare sempre più nella follia.
La serie cresce sempre più mese dopo mese, dopo un avvio non eccelso, ed è già stato diffuso il piano futuro dell’opera: dopo “Nuovo Mondo” ci saranno due stagioni extra da tre albi ciascuna, probabilmente incentrate sui due figli dell’odio, quello di Rosa e quello della Juric, per arrivare alla sesta e (forse) ultima stagione, sempre di 12 numeri.
Non male per essere un “flop”, come l’hanno comicamente definito haters e invidiosi.

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Pietre magiche, morti viventi e… un terribile ritorno!

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Nell’albo di questo mese, Ian, Gmor e Sera devono accorrere in aiuto di uno squadrone di esploratori imperiali, spariti nel nulla nelle foreste del Margondar: scopriranno un mistero inquietante.
Chi custodiva l’imponente fortezza nella foresta? Quale spaventoso segreto vi è nascosto? Quali sono le vere intenzioni dell’ambigua cartografa Savyna, scampata stranamente alla sparizione di tutto lo squadrone?

La serie di Dragonero torna nell’ambito del “dark fantasy”, con un incredibile colpo di scena finale, che farà felici i fans della prima ora, quelli che hanno letto il primo, mitico “romanzo a fumetti” di Dragonero, ora ripubblicato a colori e in formato de-luxe.
Per la prima volta, viene arruolato un nuovo sceneggiatore, Gabriele Panini, che scrive regolarmente su Topolino e che ha ideato il soggetto dell’albo insieme a Stefano Vietti. Ai disegni invece è il turno di Giuseppe De Luca, dal tratto in cui abbondano i neri tenebrosi e le panoramiche allargate di ambienti fortificati.

Dalla serie di colpi di scena che si stanno susseguendo da mesi, si comincia ad intuire che la serie sta per arrivare al suo giro di boa, con qualche evento clamoroso che rimetterà tutto in discussione.

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Struzzi, pallottole e diamanti.

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Nella doppia storia di marzo-aprile, la saga di Adam Wild riprende ad accelerare.
Sbarcati a Città del Capo, Adam, Amina e il conte Narciso incontrano finalmente l’agente segreto Fall che aveva in serbo una missione per il nostro eroe.
Come avevo immaginato, l’agente Fall (“Autunno” in inglese) è lady Winter (“Inverno” in inglese): fa sempre piacere indovinare lo sviluppo di una storia prima di leggerla.
La subdola Gertrude affida ad Adam e ad Amina due diverse missioni, legate all’imminente guerra tra Inglesi e Boeri: l’esploratore dovrà prendere contatto con Jerome Strong, informatore che organizza corse di fantini a cavallo di struzzi; la principessa invece dovrà parlare con Bozo, misterioso sciamano che potrebbe essere un alleato contro i Boeri.
Qualcuno però trama per uccidere Adam durante la corsa degli struzzi alla quale parteciperà anche Narciso. Purtroppo ne farà le spese un amico di Adam.

Nella seconda parte, Adam regola i conti con l’olandese Gert Kruger e con il gruppo di affaristi che ha complottato contro di lui e che sta organizzando la guerra. Anche lady Winter è occasionalmente al suo fianco ed è impossibile non immaginare perchè: in una continua gara contro Amina, Gertrude sembra convinta che, combattendo al fianco di Adam come fa lei, l’esploratore cederà alle sue offerte non solo politiche.
La nobildonna non ha però fatto i conti con la coerenza dell’esploratore.

La trama si infittisce sempre di più, forse eccessivamente, facendo entrare in scena sempre più personaggi, come l’ambiguo Seymour Lax, anche lui in cerca della città perduta di Odwina e dei suoi diamanti. Purtroppo la comprensione ne risente: magari introducendo un solo antagnista per volta, come nei primi numeri, gli albi risulterebbero meno ostici.
Il finale della seconda parte decolla verso la fantascienza spinta, che poteva essere accettata in una serie come “Magico Vento”, ma con il realismo di Adam Wild cozza alquanto, sebbene mi abbia ricordato molto un vecchio sceneggiato di molti anni fa, “Il segreto del Sahara”, tratto da un’oepra salgariana, il cui finale era degno di X-Files.
Per l’occasione ho avuto un’altra delle mie previsioni (e su Fall/Winter ci avevo azzeccato): la città di Odwina spiegherà forse l’origine dei misteriosi scheletri giganti comparsi in AW 7 “Fuori dal Paradiso”?

Purtroppo, come è noto e salvo miracoli, la serie sta avviandosi verso la sua fine naturale, perchè non vende abbastanza da giustificare una prosecuzione, però sicuramente ci attende un finale pirotecnico, con la guerra tra Inglesi e Boeri, la città perduta che tutti stanno cercando, un attacco ad una miniera gestita dai Boeri e chissà, magari la resa dei conti con Frankie Frost, che sicuramente non è morto: da che parte starà in quell’occasione lady Gertrude Winter?

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