L’uomo che sorride – Racconto inedito

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L’ispirazione è una bestia strana: arriva quando meno te la aspetti, quando neanche la cerchi.
Può arrivare a bordo di un treno, mentre stai tornando dalla presentazione di un nuovo fumetto, in un caffè milanese.
Il treno è ancora fermo, lungo il proprio binario, pronto per partire per Novara, quando, nella fila di posti alla mia destra si siede un uomo.
È in giacca, gilet, camicia, cravatta e pantaloni. Tutto in tinta, tutto perfettamente coordinato e stirato, senza neanche una macchia o una piega. È alto e robusto, con i capelli e il pizzetto brizzolati, occhiali con montatura leggermente rettangolare e una pancia di tutto rispetto. Se fosse vestito di rosso e avesse una lunga barba bianca sembrerebbe Babbo Natale.
L’uomo si siede, posa la borsa in pelle sul sedile di fronte a sé, la apre e sorride. Sorride con tutta la faccia: la bocca si allarga digrignando i denti, gli occhi si stringono e la fronte si alza corrugandosi. Sembra che stia per scoppiare a ridere, ma la risata non vuole uscire.
L’uomo si appoggia allo schienale e il sorriso sparisce. La faccia si rilassa e le gote sembrano cascargli ai lati della bocca.
Si protende nuovamente verso la borsa aperta e ne estrae una macchina fotografica. Nel compiere questo gesto, la sua faccia si deforma nuovamente in quel grottesco sorriso.
Per non fargli capire che lo sto guardando, spio il suo riflesso nel vetro del finestrino che sta alla mia sinistra e solo allora capisco: è senz’altro un tic nervoso. Cerco di immaginare quanto possa essere imbarazzante per i suoi amici, i suoi parenti, i suoi colleghi.
L’uomo ha l’aspetto del professore, forse universitario. Dalla borsa a fisarmonica spuntano le tipiche cartellette trasparenti ad anelli, che anche io conosco molto bene.
Però il ”professore” non sembra interessato ad esse: la sua attenzione è irresistibilmente calamitata dalla macchina fotografica digitale che sta maneggiando: come preso da un raptus compulsivo, scorre le immagini con i tasti, senza mai staccare gli occhi dal display.
Sembrerebbe una persona normalissima, probabilmente persino noiosa, se non fosse per quel tic nervoso e per quella macchina fotografica.
Prova a staccarsi dalla fotocamera e prende dalla borsa una dispensa rilegata con il dorso a spirale tipico delle copisterie. Riesce a sfogliarla solo per pochi secondi, poi torna ad esaminare le foto digitali.
La chiave di tutto deve essere la fotocamera, ma come sbloccare quella situazione di stallo? È chiaro che devo pensarci io, con la mia fantasia, così immagino una ragazza, bella e vistosa, con minigonna e una scollatura audace e la faccio sedere proprio di fronte a lui. L’uomo la guarda e la faccia gli si contrae nel solito tic. Lei non capisce e gli restituisce il sorriso.
Nel frattempo in treno è finalmente partito.
La ragazza si prostituisce, un po’ per soldi, un po’ per divertirsi: studia l’abbigliamento del ”professore”, il suo aspetto pacioso e sornione e, in pochi secondi, gli ha già calcolato mentalmente l’estratto conto.
La ragazza fiuta l’affare e decide di osare. Accavalla la gamba destra e con la caviglia sfiora la gamba del ”professore”. Inizialmente lui continua a giocherellare con la fotocamera, poi si accorge del contatto fisico e la guarda.
Sorride ancora. È sempre il solito tic o questa volta è un vero sorriso?
Poco prima di Magenta il ”professore” ripone la fotocamera, chiude la borsa, si alza, si rimette il cappotto e si avvia verso le uscite, non senza lanciare uno sguardo ammiccante alla ragazza, la quale si alza, si veste a sua volta e lo segue.

I due personaggi sono usciti dalla mia vita, che hanno incrociato solo per pochi istanti, ma io so cosa accadrà.
La ragazza accompagnerà il ”professore” fino a casa. Lui naturalmente vive da solo, quindi non si farà nessun problema, dal momento che nessuno lo attende.
La accoglierà nell’appartamento, perfettamente pulito e ordinato come il suo inquilino e le verserà da bere, mentre lui andrà in bagno, per lavarsi le mani.
La borsa in pelle resterà appoggiata su una sedia in soggiorno. Da una tasca semiaperta sporgerà la fotocamera digitale.
La ragazza potrebbe farsi i fatti suoi e pensare solo a quanto potrà racimolare quella notte, ma dicono che la curiosità è donna e nel suo caso è la verità.
Si alzerà e si avvicinerà alla borsa, senza far rumore, assicurandosi che in bagno l’acqua del rubinetto stia ancora scorrendo.
Prenderà la fotocamera dalla tasca della borsa, la accenderà e scoprirà finalmente che diavolo avevano di così interessante quelle foto.
La bocca le si spalancherà in un urlo muto come quello di Munch, ma la voce non le uscirà: troppo terribile e insospettabile le sembrerà la verità. Indietreggerà e andrà a sbattere contro qualcosa di ingombrante. Nella foga del momento non si è neppure accorta che l’acqua in bagno ha smesso di scorrere.
Lei si volterà e il ”professore” sarà lì, davanti a lei.
Che era robusto se ne era accorta, ma adesso sembra sovrastarla, come potrebbe fare un orso che si è appena alzato in piedi davanti a un incauto escursionista.
Le mani dell’uomo si stringeranno intorno al collo della ragazza. Lei tenterà una vana difesa, si agiterà, cercherà di raggiungere con le unghie gli occhi dell’aggressore ma non riuscirà a trovarli. La vista le si appannerà, le mancherà il respiro e le forze la abbandoneranno.
In un paio di minuti sarà tutto finito.
Il ”professore” adagerà la ragazza morta sul pavimento, piano, per non far rumore, poi raccoglierà da terra la fotocamera, che è caduta sul tappeto.
La accenderà e tirerà un sospiro di sollievo nel constatare che non si è rotta.
Guarderà la ragazza, stesa a terra con gli occhi sbarrati e un rivolo di sangue e saliva all’angolo della bocca, e le scatterà un primo piano. Poi si siederà e comincerà a scorrere tutte le foto, per l’ennesima volta.
Mentre lo farà il suo volto si deformerà in un sorriso grottesco. Troppo grottesco per essere vero.
Un tic nervoso probabilmente.

(Copyright 2015 Daniele Ramella)

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About Daniele Ramella

Vivo a Novara, ma la mia ispirazione nasce a Torino, città densa di fascino e di mistero. Nel 2004 pubblico il mio romanzo d'esordio, "Il mummificatore", per l'editore Ananke, romanzo giallo a fondo horror che l'anno successivo vince il Primo Premio nel settore Narrativa del Concorso Torino Arte Città Amica. Nel 2006 viene pubblicato il mio secondo romanzo, "Il mistero del bosco maledetto", sempre un giallo tendente all'horror, per l'editore L'Età dell'Acquario. Nello stesso anno un mio racconto di fantascienza, "Un messaggio ai Posteri", arriva secondo al concorso NeroPremio, organizzato dal sito specializzato LaTela Nera, e viene pubblicato nell'antologia "Sedotti dal Buio" (Ferrara Edizioni). Nel 2009 un mio racconto viene incluso nell'antologia Turin Tales (editore Lineadaria), ambientata nei caffè storici di Torino. Dal 2014 ho deciso di intraprendere la strada del self-publishing e di pubblicare solo in formato e-book.
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