Morgan Lost n. 1 – “L’uomo dell’ultima notte” – Recensione

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Recensire il primo numero di Morgan Lost, la nuova serie a fumetti edita da Bonelli e scritta da Claudio Chiaverotti, è un’impresa, ma ci proverò.

Immaginate una metropoli immersa in un inverno perenne, con poche ore di luce al giorno. Immaginate che questa città si chiami New Heliopolis e che sia disseminata di statue e gargoyle ispirati all’antico Egitto e voluti vent’anni prima dal governatore Strieber, successivamente morto pazzo in manicomio.
Immaginate che queste statue, a quanto si dice, abbiano un’influenza nefasta sugli abitanti, che li facciano impazzire e che generino una quantità impressionante di criminali, alcuni forse neanche più umani. Immaginate che questi criminali diventino quasi degli idoli maledetti, delle vere e proprie rockstar e che la televisione spettacolarizzi al massimo sia le loro gesta, sia la caccia agli stessi serial killers, attuata dalla polizia e dai cacciatori di taglie.

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Ecco. Questo è il contesto in cui si muove Morgan Lost, uno dei migliori cacciatori di taglie di New Heliopolis, tormentato da un drammatico lutto di sei anni prima.
Morgan è un duro. È un vero mastino: quando sta dietro a un serial killer non gli sfugge neanche un indizio fino a quando non lo trova.
Però è anche un individuo problematico: innanzitutto è daltonico, perciò vede il mondo in tonalità di grigio e sprazzi di rosso, che è anche la tecnica coloristica usata per questa serie. Poi soffre di insonnia e di conseguenti emicranie (come il suo creatore, il geniale Claudio Chiaverotti, sceneggiatore di spicco di Dylan Dog e creatore di Brendon) e, nei momenti di tensione, tende addirittura a balbettare.
Tutt’altro che un eroe insomma, nonostante i suoi modi e il suo viso incutano timore: ha infatti gli occhi cerchiati da una maschera nera tatuata direttamente sulla pelle e della quale non vi svelo l’origine.

È evidente che Morgan Lost ha padri illustri, nel mondo del fumetto: si va da Batman a Watchmen a Sin City e New Heliopolis assomiglia molto a Gotham, sia nell’architettura, sia nell’abbondanza di psicopatici e serial killers. Però lo scrittore torinese vi infonde molto della propria sensibilità, che tutti noi conosciamo già dal suo lavoro su Dylan Dog, del quale ha scritto pagine memorabili.
Questo è evidente soprattutto nella scena del «Dottor Splatter», che personalmente ho adorato e che, a mio parere, simboleggia esattamente quello che manca oggi nelle storie dell’Indagatore dell’Incubo. Così come salta agli occhi nelle frequenti autocitazioni (il single-bar a pagg. 8-9 è chiaramente l’Hiroshima, reso celebre da Dyd 71 «I delitti della mantide» e l’Egitto è una delle numerose passioni dello sceneggiatore) e in quella che è a mio parere la scena più visionaria, quella di pagg. 25-26 e che non descrivo per non rovinare la sorpresa ai lettori.
Anche i nomi dei personaggi sono poco «bonelliani» e molto Gotham-style: il capitano Regina Dolarhyde, il serial killer Finker Dead (in una scena-citazione da «Il silenzio degli innocenti»), i cacciatori di taglie Jack, Farley e Igraine, la dee-jay Mary Goodnight sono solo alcuni esempi.

Resta da dire qualcosa sulla tecnica coloristica scelta, la tricromia, usata in passato anche da Frank Miller (nero, rosso e toni di grigio).
In alcune pagine è assolutamente perfetta e sottolinea elementi della narrazione, come il metaforico squalo volante che si aggira tra le strade a caccia di vittime, a pag. 8, oppure la bottiglia a pagg. 14-18, o guanti e passamontagna dell’avversario di Morgan da pag. 74 a 78. Sono in rosso ovviamente anche schizzi di sangue e tutte le scritte che descrivono i rumori.
Altre volte purtroppo il rosso è collocato a mio parere in maniera non efficace e distribuito troppo a casaccio nelle scene mentre secondo me andrebbe limitato, come spiegato, a singoli elementi narrativi e architettonici (pagg. 61-62 sinceramente non sono ben studiate visivamente, a mio parere).

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La storia di questo mese non è autoconclusiva: seguendo un modello tipicamente televisivo, la prima avventura della serie è in due parti, perciò scopriremo a novembre chi è la serial killer che dipinge sui volti delle sue vittime la stessa maschera di Morgan e forse anche l’identità del potente personaggio che sembra proteggerla e che (tocco di genio) vive recluso nella propria dimora-ufficio iperbarica a causa di un’intolleranza a qualunque tipo di bacillo e perciò chi vuole incontrarlo deve indossare una tuta da astronauta (!!!).

Due parole ancora sul disegnatore del primo numero, Michele Rubini, dal tratto al tempo stesso morbido e spigoloso, che a me ricorda quello del maestro Luigi Piccatto.

Chiudo con una citazione da pag. 52, dalla prosa tipicamente hard-boiled, che è tra i particolari che mi hanno fatto innamorare a prima vista di questo personaggio:

«Per fortuna avevo consegnato la pistola all’entrata… quando si è disegnato in volto quel sorriso ironico, gli avrei scaricato addosso l’intero caricatore. E sarebbe stato inutile, perché il cristallo della cella è antiproiettile.»

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About Daniele Ramella

Vivo a Novara, ma la mia ispirazione nasce a Torino, città densa di fascino e di mistero. Nel 2004 pubblico il mio romanzo d'esordio, "Il mummificatore", per l'editore Ananke, romanzo giallo a fondo horror che l'anno successivo vince il Primo Premio nel settore Narrativa del Concorso Torino Arte Città Amica. Nel 2006 viene pubblicato il mio secondo romanzo, "Il mistero del bosco maledetto", sempre un giallo tendente all'horror, per l'editore L'Età dell'Acquario. Nello stesso anno un mio racconto di fantascienza, "Un messaggio ai Posteri", arriva secondo al concorso NeroPremio, organizzato dal sito specializzato LaTela Nera, e viene pubblicato nell'antologia "Sedotti dal Buio" (Ferrara Edizioni). Nel 2009 un mio racconto viene incluso nell'antologia Turin Tales (editore Lineadaria), ambientata nei caffè storici di Torino. Dal 2014 ho deciso di intraprendere la strada del self-publishing e di pubblicare solo in formato e-book.
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