Titivillus (racconto inedito)

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Primo giorno.

Paolo sbuffò e si sedette al computer. Come al solito era in ritardo sul lavoro.
L’editore di fumetti per cui lavorava era uno dei pochi che pagava le sceneggiature alla consegna, mentre altri concedevano misere royalties sulle copie vendute. Il prezzo da pagare per questo trattamento di favore era la puntualità nella consegna del lavoro. Cascasse il mondo, ogni autore doveva spedire all’editore una sceneggiatura completa al mese.
Successivamente la sceneggiatura sarebbe stata assegnata a un disegnatore, per poi andare in stampa, presumibilmente l’anno successivo. Stava al singolo autore essere capace di creare una storia di novantaquattro pagine, che fosse abbastanza originale, senza però tradire lo spirito della testata e le linee guida decise dall’editore e dal curatore.
Paolo intrecciò le dita facendole scrocchiare e cominciò.

Pag.1
1-2: vignetta doppia. Cimitero in campo lungo. Vialetto centrale, lapidi ai lati. Facciata di chiesa al termine del vialetto. Statua di angelo in piano americano,di tre quarti, in quinta sinistra.
3: Lapide. Visuale al livello del terreno, leggermente inclinata verso destra. Foto con cornice ovale. Il nome è Harold ma è parzialmente nascosto dai fiori.
4: mano sinistra che esce dalla terra della tomba (niente lastra di marmo).
5: visuale dall’alto. Volto del morto che emerge dalla terra, insieme alla mano.
6: sempre dall’alto, ma più da sinistra. Morto che si alza a sedere smuovendo la terra.

Paolo aveva scritto la scena di getto,senza stare a controllare gli errori di battitura. Rilesse rapidamente e ne trovò tre. «Sto migliorando.» commentò, prima di passare alla pagina successiva.

Pag. 2
1: Harold, primo piano, profilo sinistro. Tossisce pezzi di terra.
Harold: -Coff! Coff!
2: Harold, figura intera, frontale, fuori dalla fossa. Si pulisce dalla terra.
Harold: -Maledetta terra… ti va dappertutto! Almeno mi avessero comprato un loculo!

Paolo fece una pausa, per riflettere sulla vignetta successiva e intanto rilesse le righe precedenti.
Quello che vide lo fece sobbalzare sulla sedia. «Ma che cazzo…»
Dieci errori. In quattro righe!
Arold, senza H in tutta la pagina. Profillo sinitro. Figa in terra. Un culo invece di un loculo.
Restò interdetto per qualche secondo.
Rilesse.
Aveva davvero scritto quelle cazzate.
«Incredibile!» esclamò.
Se i suoi numerosi haters lo avessero potuto vedere in quel momento avrebbero goduto come dei maiali e forse avrebbero cercato di fotografare lo schermo per poi postare la foto su qualche social e ridere di lui.
Fece tutte le correzioni,quindi, per scrupolo, tornò alla prima pagina, per verificare che non gli fosse sfuggito qualcosa.
Sbiancò.
La gola gli si seccò e lo stomaco gli si contrasse.
La scena del cimitero, prima perfetta, era diventata un camposanto di refusi, che spuntavano fra le righe come lapidi.
«Ok! Ho scelto il giorno sbagliato per cominciare.» si rassegnò.
Salvò l’imbarazzante file, chiuse il programma di scrittura e si collegò a internet.
Qualche flame con i rompicoglioni che lo perseguitavano quotidianamente per tutto ciò che scriveva, diceva e faceva gli avrebbero fatto tornare il buonumore. L’unico inconveniente di facebook e twitter era che sottraevano tempo e concentrazione al lavoro e alla creatività, tanto che, in quelle occasioni in cui si era trovato con l’acqua alla gola, era stato costretto a tenere spento il computer fisso e a terminare il lavoro con un portatile senza connessione internet, che usava nei casi di emergenza.
Come previsto, infatti, arrivò fino all’ora di cena senza più toccare la sua sceneggiatura.

Secondo giorno.

«Va bene. Riproviamoci.» disse Paolo, tra sé e sé, aprendo il file e correggendo subito tutti i refusi del giorno prima, per poi terminare pagina 2 e buttare giù di getto pagina 3 e 4.

Pag. 5
1: Finestra aperta, dall’interno. La tenda svolazza. Fuori è notte. Inquadratura inclinata verso sinistra.
2: Letto matrimoniale, leggermente dall’alto. Un uomo e una donna fanno l’amore in penombra. Non si vedono i volti. Lei indossa lunghi guanti neri.
3-4: Titolo dell’albo. Lasciare vuote.
5: Visuale dalla testata del letto. hanno finito.Lei è abbracciata a lui.
Lui: -Sei… sei fantastica, davvero…
6: Lei si è alzata. Primo piano in quinta destra dal ventre fino a mezza coscia. Si aggiusta gli slip neri, indossa collant e reggicalze. Lui è a sinistra, ancora a letto, appoggiato sui gomiti. Il viso di lui si vede, quello di lei non si vedrà per tutta la sequenza.
Lui: -Ci rivediamo?
Lei: -Forse…

Paolo si fermò, leggermente affaticato, e rilesse tutto.
La bestemmia gli sfuggì senza neanche accorgersene, ma tanto viveva da solo e nessuno se ne sarebbe scandalizzato. «Ancora! Ma com’è possibile?»
Gli errori non erano solo refusi di battitura, ma anche intere parole sbagliate, come se lui le avesse pensate giuste e digitate errate.
Destra al posto di sinistra. I numeri delle vignette tutti mischiati a caso. Secuenza con la C, come se fosse ancora in Prima Elementare.
Corresse tutto, poi gli venne un dubbio. «Meglio controllare.»
Scrollò il documento verso l’alto, per rileggere da pagina 1. «Oh cazzo!»
Gli errori erano ricomparsi. Anzi, se ne erano aggiunti altri,ancora più bizzarri.
«Un virus!» ipotizzò, rifiutandosi di attribuire a se stesso quegli errori assurdi.
Prese il cellulare e chiamò il suo amico Andrea, esperto di computer.
«Ciao Andrea, disturbo?»
Non disturbava.
«Senti, ho un problema con il computer fisso, forse un virus.»
Brevemente gli spiegò l’accaduto.
«Un virus che ti corregge a caso le battiture? Non ne ho mai sentito parlare.» rispose l’amico «Magari è il tuo programma di scrittura che è fallato.»
«Ma non mi ha mai dato nessun problema, è solo in questi due giorni che si è messo a dare di matto.»
«Sei sicuro di non averli fatti tu quegli errori?»
«Stai scherzando? Dovrei essermi rincoglionito tutto all’improvviso.»
«Hai verificato se ti capita anche sul portatile?»
«Non ancora. Resta in linea che faccio una prova.»
Paolo si trasferì al ThinkPad d’emergenza, lo accese, vi trasferì tramite chiavetta il file sul quale stava lavorando e scrisse le prime due vignette di pagina 6, di getto come suo solito. Rilesse il testo e picchiò il pugno sul tavolo, facendo sobbalzare il pc.
«Ma porca puttana! Me lo fa anche qui!»
«Mi sa che hai un baco di sistema nel programma di scrittura, su entrambe le macchine.» fu il responso di Andrea.
«Riesci mica a passare a darci un’occhiata? Ho una storia da consegnare entro fine mese.»
«Oggi e domani sono impegnato. Riesco solo venerdì.»
«Ok, allora ci vediamo venerdì. Mi raccomando, è urgente.»
Paolo chiuse la comunicazione e spense entrambi i computer. Un giro in moto lo avrebbe aiutato a sbollire il nervoso.

Quarto giorno.

Quando Andrea suonò al citofono, a Paolo sembrò l’avvento del Salvatore.
«Che brutta faccia!» fu il primo commento dell’amico, appena il padrone di casa gli aprì la porta.
«Lascia perdere. Sono in ritardo sulla tabella di marcia e per giunta i lettori non sono mai soddisfatti.»
«I soliti haters su Facebook?»
«Non solo su Facebook. Anche su Twitter e Tumblr.»
«È lo svantaggio dell’essere una celebrità.»
«Sai che celebrità…»
«Allora, i due malati dove sono?»
Paolo mostrò all’amico i due computer, che erano entrambi già accesi.
«Ti danno ancora gli stessi problemi?»
«Quotidianamente.»
«Hai fatto una copia di tutto su una memoria esterna?»
«Certo. Stai pensando di formattarli entrambi?»
«È la soluzione migliore. Poi ti installo l’ultima versione di tutto.»
Il lavoro si protrasse per l’intero pomeriggio, tanto che Andrea si fermò a cena. Subito dopo mangiato, riavviarono entrambi i pc e fecero alcune prove.
Paolo aveva i nervi a fior di pelle quando aprì il file della sceneggiatura, ma appena cominciò a leggerlo tirò un sospiro di sollievo. «È tutto a posto!»
«Nessun refuso?» chiese conferma l’amico.
«Aspetta che provo a scrivere le prime scene che mi vengono in mente.»
«Fantastico! Ho l’occasione di leggere in anteprima il tuo nuovo capolavoro.»
Lo scrittore digitò la descrizione di una tavola in cinque vignette in cui un’assassina spappolava la faccia della sua vittima con uno spremiagrumi.
Dopo avere terminato, rilesse tutto da capo e si lasciò sfuggire un grido di trionfo. «Neanche un errore!»
«Che ti avevo detto? Probabilmente il programma di scrittura era difettoso. Tutto è bene quel che finisce bene.»

Quinto giorno.

«Le ultime parole famose.» fu il commento di Paolo il mattino dopo, quando rilesse la scena che aveva appena scritto e che si dipanava su due tavole.
All’apparenza i refusi erano di poca importanza, ma ancora una volta erano assurdi e ingiustificabili. Alcune lettere di alcune parole all’interno dei dialoghi erano scritte in maiuscolo, ma questo era impossibile.
«Il tasto shift che funziona male?» ipotizzò, incolpando sempre il computer.
Osservò le lettere maiuscole disseminate nella pagina e fu folgorato da un’illuminazione.
«TI… ancora una T e una IVILLUS
Le lettere sbagliate formavano una parola che gli sembrava di avere già sentito.
«TITIVILLUS.»
La soluzione più rapida era rivolgersi all’Oracolo del Terzo Millennio, ovvero Google. Trovò la definizione su Wikipedia in cinque secondi netti.

Titivillus è un diavolo che nel Medioevo si credeva lavorasse alle dipendenze di Belfagor, Lucifero o Satana per indurre in errore i copisti.
Titivillus viene anche indicato come un raccoglitore delle chiacchierate inutili che avvengono durante le funzioni religiose e delle parole mal pronunciate, borbottate oppure omesse nelle funzioni stesse, per portarle nell’Inferno e includerle nelle colpe dei peccatori.
Gli fu attribuita la qualifica di “diavolo patrono degli scribi”, in quanto Titivillus forniva una comoda scusa per giustificare gli errori che capitavano facilmente durante la copia dei manoscritti.

«Mi stai dicendo che pensi di essere perseguitato da un demone dispettoso che corregge di nascosto tutto quello che scrivi?» fu il prevedibile commento di Andrea, quando Paolo lo chiamò per avvertirlo che il problema si era ripresentato.
«Non sto dicendo questo, però è un dato di fatto che i refusi ci sono ancora e che quelli di oggi formavano una parola di senso compiuto.» provò a giustificarsi lo scrittore.
«Quello strambo nome ti sembra di senso compiuto? Sarà un caso.»
«E se ci fosse in giro un virus informatico che si chiama Titivillus? Se era il nome del demone che causava errori nella scrittura avrebbe senso, no?»
«Io non l’ho mai sentito nominare, ma ti prometto che mi informerò.»
Paolo salutò l’amico e chiuse la comunicazione.
Più i giorni passavano, più la situazione diventava snervante e Paolo,che già non brillava per serenità e ottimismo, precipitava sempre più in un pozzo nero di depressione.
Si collegò a Facebook, per insultare qualche hater, ma questa attività, che solitamente lo divertiva, otteneva solo l’effetto di peggiorare ulteriormente il suo umore.
Fino a quando capitò l’impossibile.

Hai 1 richiesta di amicizia da: Titivillus.

Questa notifica era apparsa all’improvviso, in alto a destra sulla sua bacheca. Paolo restò immobile per alcuni secondi, mentre un brivido gelido percorreva la sua spina dorsale e la salivazione gli scendeva a zero.
Decise di rischiare e accettò la richiesta.

Titivillus: Ciao. Grazie per l’add.

Paolo: Chi cazzo sei?????

gli rispose, pestando sui tasti con violenza.

Come prevedibile, sotto il suo commento si scatenarono i vari haters, che cominciarono ad ironizzare sulla maleducazione di «certi autori di fumetti» nel rispondere ai fans.

Titivillus: Qualcosa che non va?

Paolo: Dimmelo tu.

Titivillus: Io mi sto divertendo.

Paolo: Ti stai divertendo con me? Dimmi come cazzo hai fatto ad entrare nel mio computer!

Lo scrittore era consapevole di mettersi in ridicolo in pubblico, ma non gliene fregava più niente: voleva solo riuscire a dare una spiegazione razionale a ciò che gli stava capitando e possibilmente trovare una soluzione.
Il misterioso utente non rispose. In compenso proseguirono i commenti ironici da altri profili.

Paolo: Allora? Niente da dire?

Dopo qualche secondo, l’interlocutore rispose.

Titivillus: A domani.

Paolo fece appena in tempo a leggere la frase, dopodiché l’intero thread sparì dalla sua bacheca, come se l’utente stesso lo avesse cancellato.
«Fanculo!» urlò, sferrando un pugno alla scrivania.

Sesto giorno.

Paolo era sdraiato sul letto e fissava il soffitto. Da più di un’ora.
Non aveva neanche acceso il computer. La paura di trovare ancora quei maledetti errori di battitura era troppo forte e comunque non avrebbe saputo cosa scrivere.
Capitava sempre così, nei periodi di ansia: la creatività andava a farsi fottere e cominciava a odiare il mondo.
«Deve essere un virus, non c’è altra spiegazione.» rifletté, continuando a parlare da solo come i matti «Ma come ho fatto a beccarmelo?»
La sua paranoia aumentava di ora in ora e iniziava a sospettare perfino del suo amico Andrea: chi gli assicurava infatti che non fosse stato proprio lui ad inserire quel virus, avendo già messo mano al suo pc altre volte? Magari era lui quel «Titivillus» che lo aveva contattato su Facebook.
Un colpo improvviso lo fece sussultare. Proveniva dal corridoio di ingresso.
A domani.
Il saluto (o era una minaccia?) dello sconosciuto utente, il giorno prima, gli riecheggiò nella mente. Si alzò a sedere e restò immobile, con tutti i sensi in allarme.
Un altro colpo, seguito da un raschiare prolungato.
«C’è qualcuno in casa.» realizzò.
Balzò giù dal letto e afferrò la mazza da baseball che non usava mai ma che aveva comprato ad una fiera perché faceva tanto «film americano».
Con passo felpato, avanzò verso la fonte di quell’insolito rumore, ovvero il corridoio, che lui aveva coperto l’anno prima con un soppalco di cartongesso che andava dall’ingresso alla porta del bagno, occupando l’intera lunghezza del corridoio stesso. Lo usava come ripostiglio e il rumore sembrava provenire proprio da lì sopra.
«Topi?»
Era da escludere. Lo stabile era nuovo e solitamente i ratti infestano le case vecchie, con pareti spesse. Ma niente escludeva che potesse esserci un buco da qualche parte.
Il rumore si sentiva ancora: sembrava che qualcuno o qualcosa grattasse il soppalco con le unghie, il che faceva propendere per l’ipotesi dei topi.
Paolo tornò nello studio e prese una scala e una torcia elettrica. Per poter utilizzare il soppalco come magazzino aveva dovuto aprire una piccola finestra rettangolare nel muro, che aveva poi chiuso con un’anta scorrevole.
Avvicinò la scala, vi montò sopra, spinse verso sinistra lo sportello e accese la torcia.
In quel preciso istante, il rumore cessò.
Paolo infilò la testa nell’apertura, illuminò prima a destra, poi a sinistra, ma non vide nulla, solo gli scatoloni in cui aveva infilato tutto ciò che non voleva avere tra i piedi.
Rimase in ascolto, immobile, per alcuni minuti, ma il silenzio era totale e niente si muoveva nell’ombra.
«Questa storia mi farà impazzire.» concluse, prima di richiudere l’anta scorrevole e riporre scala e torcia elettrica.

Settimo giorno.

«Va bene! Torniamo ai cari, vecchi metodi di una volta!» decise lo scrittore, posando sulla scrivania la risma di carta bianca che aveva acquistato in cartoleria.
Era una vita che non scriveva a mano e sarebbe stata una fatica immane, ma doveva per forza consegnare e non aveva altra scelta. In redazione sarebbero rimasti di sasso nel ricevere una sceneggiatura con quella modalità così antiquata, ma avrebbe spiegato che era una soluzione temporanea, in attesa di risolvere il problema informatico.
Si sedette alla scrivania e iniziò il lungo lavoro, dalle nove di mattina fino all’ora di pranzo.
A mezzogiorno si fermò, dopo avere riempito venti tavole, e si alzò, diretto verso la cucina. Prese il pane, qualche fetta di salame e si fece un panino.
Tornò verso la scrivania, addentando voracemente il panino e quello che vide gli fece andare di traverso il boccone.
Paolo urlò, sputando pezzi di pane da tutte le parti, lasciando cadere il panino, che si aprì sul pavimento. Indietreggiò, inciampò e cadde con la schiena contro il muro, tremando.
«N-non è p-possibile…» balbettò, pallido come un lenzuolo e madido di sudore.
Sui fogli che aveva appena vergato con la propria mano, ancora indolenzita, c’era scritta un’unica, terrificante parola, ripetuta all’infinito.

TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS TITIVILLUS …

Gli sembrava di essere Jack Nicholson in Shining, ma questo non era un film: era tutto reale e gli stava capitando in quell’esatto istante.
Un rumore improvviso e prolungato gli fece capire che l’anta scorrevole che dava sul soppalco si stava lentamente aprendo.
No, non si stava aprendo: qualcuno, o qualcosa, la stava aprendo.
Dall’interno.
O dall’Inferno?
Lo sportello si arrestò, rimanendo aperto per metà. Dietro c’era solo il buio, ma Paolo sapeva che Titivillus era lì, acquattato nell’ombra, pronto a balzare fuori dal suo nascondiglio per ghermirlo con i suoi artigli.
Paolo perse il controllo della vescica e si pisciò addosso, come da bambino, quando un cappotto e una sciarpa appesi nell’armadio gli erano sembrati un mostro in agguato.
Non sarebbe mai riuscito a sopportare la sua vista, ne era certo. Il suo cuore non avrebbe retto.
Così non aspettò che il demone nel soppalco si manifestasse. Scattò in piedi, si voltò, aprì la finestra e si lanciò nel vuoto, dall’ottavo piano.
Dalla strada si udirono soltanto le urla dei passanti e le frenate delle automobili che passavano in quel momento.
L’anta che dava sul soppalco era ancora aperta, ma niente uscì dalle tenebre. La brezza che entrava dalla finestra aperta faceva ondeggiare la tenda e spargeva i fogli di carta dalla scrivania per tutta la stanza.
I fogli erano ancora tutti bianchi, come se non fossero mai stati usati.

(Copyright 2015 Daniele Ramella)

Nota dell’Autore:

Questo raccontino mi è stato ispirato dal clima di scontro tra alcuni autori e disegnatori di fumetti e i loro personali haters: mi sono chiesto a cosa può spingere la paranoia del sentirsi perseguitati.
La sceneggiatura che Paolo tenta di scrivere è presa da un fumetto realmente esistente: Dylan Dog n. 71 “I delitti della mantide”, scritto dal grande Claudio Chiaverotti, che uscirà in edicola il 20 ottobre con un nuovo imperdibile fumetto Bonelli, “Morgan Lost”. Spero che l’autore non si offenda se ho preso in prestito una delle sue storie più belle e ne ho immaginato la sceneggiatura (percorso inverso a quello che fanno gli autori).
Titivillus era veramente nascosto in quel soppalco o Paolo se l’è immaginato nel suo delirio? Potete vedere il tutto come una metafora se preferite.
Adesso scusate, devo andare a vedere cos’era quello strano rumore proveniente dall’armadio.

Se vi piace quello che scrivo e come lo scrivo, QUI trovate molta altra roba.

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About Daniele Ramella

Vivo a Novara, ma la mia ispirazione nasce a Torino, città densa di fascino e di mistero. Nel 2004 pubblico il mio romanzo d'esordio, "Il mummificatore", per l'editore Ananke, romanzo giallo a fondo horror che l'anno successivo vince il Primo Premio nel settore Narrativa del Concorso Torino Arte Città Amica. Nel 2006 viene pubblicato il mio secondo romanzo, "Il mistero del bosco maledetto", sempre un giallo tendente all'horror, per l'editore L'Età dell'Acquario. Nello stesso anno un mio racconto di fantascienza, "Un messaggio ai Posteri", arriva secondo al concorso NeroPremio, organizzato dal sito specializzato LaTela Nera, e viene pubblicato nell'antologia "Sedotti dal Buio" (Ferrara Edizioni). Nel 2009 un mio racconto viene incluso nell'antologia Turin Tales (editore Lineadaria), ambientata nei caffè storici di Torino. Dal 2014 ho deciso di intraprendere la strada del self-publishing e di pubblicare solo in formato e-book.
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