Le avventure del Club degli Scapigliati

È passato ormai più di un anno, da quando ho avuto l’idea del Club degli Scapigliati, questo “collettivo” di scrittori, poeti e artisti risorgimentali che, quasi per caso, si improvvisano “Investigatori dell’Occulto”, per salvare uno di loro, Iginio Ugo Tarchetti, dal pericoloso “corteggiamento” di una vampira.

L’idea naturalmente, visto il contesto, mi è stata ispirata dal progetto di scrittura collettiva “Risorgimento di Tenebra”, che punta a rivisitare in chiave horror la storia italiana, anche con nomi e cognomi reali. Anche i miei Scapigliati infatti sono personaggi storici, ovvero il già citato Iginio Ugo Tarchetti, poeta, come anche il “bohemién” Emilio Praga; Cletto Arrighi, scrittore e giornalista, inventore del termine “Scapigliatura”; Arrigo Boito, musicista e librettista teatrale; Carlo Pisani Dossi, giovanissimo giornalista di nobile famiglia (destinato a carriera diplomatica) ed infine Giuseppe Rovani, scrittore, bibliotecario e insegnante privato dei rampolli della Milano “bene”, oltre che leader riconosciuto degli Scapigliati. In ogni episodio, inoltre, fa la sua rituale comparsa un altro artista scapigliato, il bizzarro pittore e poeta Luigi Conconi, detto “Bigio”, appassionato di occultismo.

La mia intenzione è di creare una serie di avventure che siano un misto tra i vecchi romanzi di appendice, come le avventure di Sherlock Holmes o di Arsenio Lupin, e le serie televisive (Supernatural) o a fumetti (Dylan Dog), con i protagonisti che indagano, personaggi che a volte ritornano, momenti drammatici o comici e così via.

Nella prima avventura, come già accennato, i sei intellettuali si trovano a dover affrontare una pericolosa vampira, della quale si è innamorato il fragile e “cimiteriale” Iginio Ugo Tarchetti. Nella seconda, invece, si recano alla Cassina de’ Pomm, locanda milanese in riva al naviglio della Martesana, per dare la caccia ad un mostro tentacolare che ha ucciso un pescatore.
Nella terza avventura, gli Scapigliati organizzano la loro prima “gita fuori porta”, all’Abbazia di Lucedio, quella dove, secondo le leggende, si troverebbe lo Spartito del Diavolo, che, se suonato al contrario, evocherebbe Lucifero in persona.

Non vi resta che procurarvi i tre episodi finora usciti, che trovate a questi link:

1) Vampira Tango

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2) Il mostro della Martesana

http://www.amazon.it/dp/product/B00N6R7U0M

3) Lo spartito del Diavolo

http://www.amazon.it/spartito-Diavolo-Avventure-degli-Scapigliati-ebook/dp/B00PZYA9G6/ref=pd_cp_351_2
Qua sotto vi copio tre estratti, dai suddetti ebook.

Iginio scese incespicando verso l’arco di pietra e lo attraversò.Di fronte a lui c’era il Nulla, rappresentato da una coltre lattiginosa in perenne movimento. Sembrava che il mondo esterno non esistesse e il poeta fu sfiorato dal dubbio che la vita umana si fosse totalmente estinta e che i pochi superstiti vivessero confinati entro le mura cittadine.

Un fruscio nell’erba lo fece voltare all’improvviso.

Lei era lì. Si era materializzata dal nulla, come sempre.

Il volto pallido, dagli zigomi pronunciati, sembrava un bianco teschio appena velato di pelle sottile e diafana. Gli occhi neri nelle orbite incavate sembravano pozzi senza fondo.

Un mantello nero con cappuccio la copriva e Iginio ebbe un fremito di piacere, al pensiero che sotto quel mantello fosse probabilmente nuda, come la prima volta.

Lei non aveva un nome, così era stato lui a darglielo. «Fosca…» sussurrò.

«Andiamo.» disse lei, porgendogli la mano scheletrica attraverso la nebbia spettrale.

(da “Vampira Tango”)

L’arrivo degli Scapigliati alla Cassina de’ Pomm, il mattino successivo, fu molto scenografico: scesero tutti insieme dalla solita carrozza omnibus e si diressero verso il cascinale con passo deciso, come un gruppo di cavalieri di ventura decisi a liberare un villaggio dal Demonio.Alla testa c’era, naturalmente, il Rovani, che per l’occasione sfoggiava un’espressione più seria che mai. Alla sua destra marciava l’Arrighi, in veste di luogotenente, e alla sua sinistra il Boito, il cui portamento signorile, accentuato dagli occhialini sul naso, dava sempre una buona impressione agli interlocutori.

Dietro di loro, molto meno rassicuranti, arrancavano gli altri tre: il Pisani, il Praga e il Tarchetti. Il primo, che non si era ancora ripreso del tutto dalla visione dell’orrore strisciante, si era lasciato convincere a prendere parte alla missione solo perché il Praga non la finiva di chiamarlo “pauroso” e “codardo”. Costui, dal canto suo, si era già concesso un grappino, «Solo per darmi più sicurezza.» aveva precisato lui. Il pallido Tarchetti, che si era tagliato il pizzetto e, seguendo la moda del momento, si era fatto crescere due enormi basette, teneva una mano davanti agli occhi per coprirsi dal sole, che lui non sopportava.

Se un osservatore esterno si fosse soffermato solo sui primi tre, avrebbe potuto lasciarsi trarre in inganno, ma la presenza di quelli in seconda fila faceva capire senza ombra di dubbio che erano sei intellettuali incoscienti che si stavano cacciando in un guaio più grande di loro.

(da “Il mostro della Martesana”)

La luna piena illuminava quasi a giorno lo stretto sentiero che si snodava nella boscaglia. I monaci che lo stavano percorrendo avrebbero potuto anche fare a meno delle fiaccole, ma alcuni di loro erano anziani e temevano di inciampare nei sassi e nelle radici; inoltre sapevano che la luce delle torce sarebbe servita più tardi, quando fossero giunti a destinazione.
Dopo una buona mezz’ora di lenta marcia, trovarono una piccola radura circondata dagli alberi; al centro della radura, sulla sommità di una bassa collina, si ergeva una piccola chiesa dalle pareti molto alte e dall’insolita forma circolare, preceduta da un portico d’ingresso a tre arcate.
«Siamo arrivati, fratelli.» disse il frate che si trovava in testa alla fila e che pareva il più anziano.
Gli altri monaci non risposero, ma sembravano esitare, come se ad un tratto si fossero pentiti di essere arrivati fin lì.
«Nessuno di noi può tirarsi indietro proprio ora, lo sapete bene.» li esortò il loro capo, con un tono che non ammetteva repliche.
Il piccolo gruppo si rimise in cammino e raggiunse il piccolo edificio di culto, che sembrava risplendere nella bianca luce della luna. I monaci superarono il pronao d’accesso ed entrarono nella chiesa, dopo avere aperto la pesante porta di legno a doppio battente. Appena furono entrati, levarono le torce più in alto possibile, per illuminare l’ambiente.
L’aula non era circolare, come gli era parso da fuori, bensì ottagonale e ogni lato del poligono, escluso quello d’ingresso e quello di fondo, era occupato da una nicchia. Di fronte all’abside si trovava l’altare marmoreo. Sopra l’altare non c’era nessun crocifisso né alcun altro simbolo religioso, come se la chiesa fosse del tutto sconsacrata.
L’abate si voltò verso l’ingresso e vide, sopra il portale, la cantoria che ospitava l’organo; le canne d’ottone sembravano mandare sinistri bagliori alla luce delle fiaccole. «Fratello Gioele, sai cosa devi fare.» disse con fermezza.
Uno dei monaci, dopo una breve esitazione, si diresse verso la porticina che conduceva alla stretta balconata e salì la scala a chiocciola, per prendere posizione di fronte alla tastiera dell’organo. Gli altri si disposero ognuno di fronte a una nicchia, mentre l’abate si posizionò davanti all’altare.
«Ora darò inizio al rito, che non dovrà essere interrotto per nessun motivo, anche a costo della nostra stessa vita.» intimò il monaco anziano, mentre la sua voce echeggiava sotto la volta a cupola. Subito dopo, l’abate cominciò a recitare una preghiera in latino, mentre l’organista lo accompagnava suonando una musica ossessiva, che sembrava composta solo da tre accordi dissonanti, ripetuti all’infinito. Ad ogni frase dell’abate gli altri monaci rispondevano in coro, mentre l’organo sottolineava ogni passaggio della preghiera.
Erano trascorsi all’incirca dieci minuti, quando all’improvviso qualcosa si mosse, sopra le loro teste. Due frati ebbero un sussulto di terrore, subito frenato da una feroce occhiata dell’abate, che sembrava sempre più eccitato, come se sentisse che il rituale stava avendo il risultato sperato.
La cupola della chiesa era immersa nel buio, poiché la luce delle torce non riusciva a raggiungerla, e dalle tenebre sembrava provenire un sibilo prolungato, come se sopra le loro teste ci fosse un nido di serpenti. Poi le tenebre cominciarono a scendere dalla cupola lungo le pareti, strisciando sinuose sotto forma di lunghi tentacoli d’ombra. I frati indietreggiarono di un passo, senza tuttavia interrompere il rituale.
Le spire di tenebra raggiunsero il pavimento e cominciarono a strisciare lentamente verso l’altare, mentre il sibilo aumentava di intensità, all’unisono con la cacofonia prodotta dalle canne dell’organo. L’abate non sembrava per nulla spaventato dai tentacoli che si avvicinavano a lui, ma proseguiva imperterrito nella sua litania, come se fosse in estasi mistica.
Poi la tenebra si staccò dal pavimento e si lanciò verso il frate anziano, entrando con violenza nella sua bocca spalancata. Poco prima che un alito improvviso di vento ghiacciato spegnesse tutte le torce simultaneamente, gli altri frati ebbero l’impressione che la tenebra stesse riempiendo il loro confratello fino agli occhi, facendoli diventare completamente neri come pozzi senza fondo.
Le urla dei monaci si levarono alte nella notte, per poi spegnersi all’improvviso in un silenzio irreale.

(da “Lo spartito del Diavolo”)

Vampira Tango_copertinaIl mostro della Martesana_copertinaLo spartito del Diavolo_copertina

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About Daniele Ramella

Vivo a Novara, ma la mia ispirazione nasce a Torino, città densa di fascino e di mistero. Nel 2004 pubblico il mio romanzo d'esordio, "Il mummificatore", per l'editore Ananke, romanzo giallo a fondo horror che l'anno successivo vince il Primo Premio nel settore Narrativa del Concorso Torino Arte Città Amica. Nel 2006 viene pubblicato il mio secondo romanzo, "Il mistero del bosco maledetto", sempre un giallo tendente all'horror, per l'editore L'Età dell'Acquario. Nello stesso anno un mio racconto di fantascienza, "Un messaggio ai Posteri", arriva secondo al concorso NeroPremio, organizzato dal sito specializzato LaTela Nera, e viene pubblicato nell'antologia "Sedotti dal Buio" (Ferrara Edizioni). Nel 2009 un mio racconto viene incluso nell'antologia Turin Tales (editore Lineadaria), ambientata nei caffè storici di Torino. Dal 2014 ho deciso di intraprendere la strada del self-publishing e di pubblicare solo in formato e-book.
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