Il racconto del venerdì – “Come se non ci fosse un domani”

mazurka

E alla fine, nell’anno 2020, il governo centrale europeo proibì del tutto i contatti fisici tra estranei. Non che ce ne fosse bisogno: ormai la psicosi dominava la vita delle persone.
Il virus che aveva decimato la popolazione europea e che stava ora espandendosi verso gli Stati Uniti si diffondeva attraverso il semplice contatto fisico, a meno di non sottoporsi ad una complessa e costosa doccia chimica, prima di ogni interazione con altri esseri umani.
In realtà, alcune associazioni per i Diritti Umani sostenevano che la cura era già stata trovata, ma questa situazione di terrore e di psicosi faceva comodo a molti, principalmente alle multinazionali del farmaco e al governo dei nuovi Stati Uniti d’Europa.
Era inevitabile che la paura di ogni contatto fisico favorisse, alle più recenti elezioni, il fondamentalismo religioso. Il Partito di pazzi fanatici che andò al governo sull’onda della psicosi introdusse subito il reato di adulterio e quello di “contatto interraziale”, puniti entrambi con l’ergastolo o con la pena di morte, a seconda della gravità del crimine, in quanto assimilati ad atti di terrorismo.
I cittadini più ricchi e gli stessi governanti dotarono subito le loro abitazioni private e i palazzi del potere di docce chimiche, alle quali si sottoponevano insieme alle loro mogli, ai loro figli e naturalmente anche alle loro amanti, dal momento che chi scrive le leggi è anche l’unico che le può violare di nascosto.
Le città erano ormai abitate da lugubri fantasmi bianchi, avvolti in paludamenti a tenuta stagna, paradossalmente molto simili ai burqa islamici che molti governi europei avevano combattuto strenuamente pochi anni prima.

Era un giorno qualsiasi, quando sul display del cellulare integrato nella visiera del mio burqa comparve un sms che attendevo da giorni con trepidazione.
L’appuntamento era per quella sera, in un luogo diverso dalla volta prima e come sempre era stato deciso all’ultimo momento. Memorizzai orario e indirizzo e cancellai subito il messaggio, per sicurezza. I controlli a tappeto di tutti i messaggi e di tutte le mail dei cittadini si erano fatti sempre più frequenti.
Tornai a casa dal lavoro in tutta fretta, mi sottoposi a una doccia chimica a basso costo (l’unica che mi ero potuto permettere di installare in casa), consumai il mio pasto artificiale e igienizzato, al sapore di pesce e patate, e mi recai all’appuntamento, con la speranza che ci fosse anche lei.
Lei c’era ed era bellissima, come sempre.
Non conoscevo il suo nome. Non sapevo nulla di lei. Ignoravo se fosse sposata, se avesse una famiglia che la attendeva a casa e che lei teneva all’oscuro del suo segreto.
La salutai con un sorriso e mi guardai intorno. Come sempre, mancava qualcuno rispetto alla serata precedente. Nessuno di noi faceva domande agli altri in proposito, ma le risposte potevano essere solo due: avevano contratto il virus o erano stati scoperti dalla polizia segreta.
C’erano alte probabilità di contrarre il virus, a quelle serate, dal momento che nessuno di noi indossava il burqa. L’unica speranza era che avessero ragione le associazioni per i Diritti Umani e che il virus non esistesse più.
Nella sala, una semplice cantina con le botti addossate alla parete più lunga e il soffitto con tre volte a crociera, c’erano anche un uomo e una donna seduti di fronte alla parete più corta: lui imbracciava una fisarmonica e lei stava accordando un violino.
Attaccarono a suonare e in pochi istanti si formarono le coppie, con estrema naturalezza. Io abbracciai la mia sconosciuta partner e, con qualche insicurezza iniziale, mossi i primi
passi di una mazurka.
Serate come quella, prima del virus, prima della dittatura, venivano chiamate “Marzurke Klandestine” (proprio così, con la kappa, a dare una nota trasgressiva in più), il che era tragicamente ironico, perchè erano diventate davvero clandestine. Se fossimo stati scoperti, infatti, saremmo andati tutti a nutrire il folto numero dei “desaparecidos”.
Ma in quel momento nessuno di noi pensava al pericolo. Pensavamo soltanto a ballare, a godere di quel contatto fisico che il virus e la follia della classe dominante avevano abolito.
Io e la mia compagna di ballo saremmo mai andati oltre? Sarebbe mai potuto nascere qualcosa di più profondo tra noi? Ci saremmo mai confessati i nostri nomi e i nostri reciproci segreti? Cosa sarebbe stato del nostro domani?
Ma in quel momento non pensavamo al domani. In quel momento pensavamo soltanto a ballare la nostra mazurka klandestina.

Come se non ci fosse un domani.

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About Daniele Ramella

Vivo a Novara, ma la mia ispirazione nasce a Torino, città densa di fascino e di mistero. Nel 2004 pubblico il mio romanzo d'esordio, "Il mummificatore", per l'editore Ananke, romanzo giallo a fondo horror che l'anno successivo vince il Primo Premio nel settore Narrativa del Concorso Torino Arte Città Amica. Nel 2006 viene pubblicato il mio secondo romanzo, "Il mistero del bosco maledetto", sempre un giallo tendente all'horror, per l'editore L'Età dell'Acquario. Nello stesso anno un mio racconto di fantascienza, "Un messaggio ai Posteri", arriva secondo al concorso NeroPremio, organizzato dal sito specializzato LaTela Nera, e viene pubblicato nell'antologia "Sedotti dal Buio" (Ferrara Edizioni). Nel 2009 un mio racconto viene incluso nell'antologia Turin Tales (editore Lineadaria), ambientata nei caffè storici di Torino. Dal 2014 ho deciso di intraprendere la strada del self-publishing e di pubblicare solo in formato e-book.
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