I Racconti dell’Archeologo

Copertina

Come accennato nel precedente articolo, dopo avere letto tutti i libri di Peter Kolosimo ed essermi appassionato alle avventure di Martin MYstere, e dopo essermi laureato in Archeologia, ho voluto cimentarmi anch’io nel genere fanta-archeologico, inserendo però elementi storici reali e descrivendo le vere tecniche scientifiche usate dagli archeologi.

È nata così l’antologia “I Racconti dell’Archeologo”, contenente quattro racconti indipendenti l’uno dall’altro e acquistabile su Amazon in formato e-book.

Qua sotto vi regalo quattro estratti dai suddetti racconti.

Era un uomo molto anziano, seduto da solo ad un tavolino del locale, con davanti un boccale di birra. Quello che mi aveva colpito immediatamente, la prima volta che lo vidi, era l’infinita tristezza che albergava nel suo sguardo, come se la sua mente fosse altrove, come se i suoi pensieri inseguissero qualcosa che aveva perso da ormai troppo tempo. Indossava vestiti logori, un fazzoletto legato al collo e la sua testa era coperta da un vecchio cappello. Ogni tanto biascicava qualcosa di incomprensibile tra sé e sé, per poi emettere uno strano suono che sembrava un pianto inconsolabile.Improvvisamente, un gruppo di giovani del luogo entrò nella taverna facendo un gran casino. Appena notarono il vecchio seduto al tavolino, lo additarono sghignazzando e, dopo aver afferrato alcune sedie, gli si sedettero intorno. Il vecchio ebbe un moto di fastidio, come se quelle presenze fossero per lui moleste.

I ragazzi iniziarono a rivolgergli domande insistenti, ridendo sguaiatamente. Evidentemente dovevano essersi già ubriacati in qualche altro locale del paese. Il vecchio inizialmente non aprì bocca, poi cominciò a lasciarsi andare e a rispondere ad alcune di quelle domande, facendo ridere ancora più forte i suoi persecutori.

Mi accorsi subito che c’era qualcosa di strano nel modo di parlare del vecchio. Mentre i ragazzi parlavano inequivocabilmente greco moderno, nelle risposte dell’uomo di Andros riuscii a cogliere alcuni termini in greco antico, parole di una lingua ormai morta e sepolta, che fino a quel momento avevo sentito pronunciare solo alle lezioni di lingua greca del mio professore all’Università.

Questo particolare mi incuriosì non poco, a tal punto che mi isolai completamente dalla discussione che in quel momento stava animando il tavolo dei miei amici e colleghi. Non appena un cameriere mi passò accanto, lo fermai e gli chiesi chi fosse quel vecchio bizzarro. Glielo domandai in italiano, dal momento che ad Andros i turisti sono quasi tutti italiani.

«E’ un povero pazzo.» rispose sbrigativo il cameriere, per poi allontanarsi subito.

Nel frattempo, i giovani ubriachi si erano stancati del loro passatempo e si erano alzati, per andarsi a sedere ad un altro tavolo, dal quale ordinarono alcune birre. Il vecchio restò solo al suo tavolino e vidi chiaramente le lacrime che solcavano le sue gote raggrinzite.

I miei amici vollero andarsene e così li seguii, ma devo ammettere che, durante il rientro verso il nostro bungalow, non riuscivo a togliermi dalla testa quel vecchio, il suo sguardo triste e il suo eloquio così insolito.

Decisi di tornare anche la sera successiva, approfittando del fatto che gli altri erano invece troppo stanchi. Speravo di incontrare nuovamente quel vecchio che mi aveva colpito così profondamente.

Purtroppo non si fece vedere per tutta la sera. Non potevo però sprecare quell’occasione e così decisi di indagare, andando a cercare il cameriere della sera prima.

«Posso farti una domanda?» gli chiesi, appena lo trovai «Quel vecchio che era seduto lì ieri sera… perché mi hai detto che è pazzo?»

«Prova a farlo parlare una sera e lo capirai da solo, amico.» rispose il greco, in un italiano quasi perfetto «Quel tipo è convinto di venire dal passato e sostiene di aver partecipato alla guerra di Troia.»

(da“L’uomo di Andros”)

 

La barca ormeggiata al largo dell’isola greca di Antikythera era poco più di un guscio di noce, ma per i due giovani pescatori che l’avevano portata fin lì, in mare aperto, era l’unica fonte di guadagno. Questo mezzo di sostentamento era appena stato messo in serio pericolo da una tempesta imminente, così i due ragazzi erano stati costretti a nascondersi, insieme alla barca, in uno degli anfratti di quella piccola isola rocciosa, per attendere che la tempesta passasse, cosa che si verificò qualche ora dopo.I due ragazzi si scambiarono un cenno d’intesa, poi uno dei due si tuffò, impugnando una fiocina e una rete, mentre l’altro rimaneva a bordo. Dopo circa mezz’ora si sarebbero dati il cambio, come erano soliti fare.

Avevano notato subito che quel rettangolo di mare era perfetto per i pescatori di spugne come loro, perché proprio su quella verticale il fondale era abbastanza basso per raggiungerlo in apnea, cercare le spugne più grandi e tornare su con ancora un po’ di aria nei polmoni.

Il pescatore che si era tuffato per primo si spinse con tutta la forza delle sue agili gambe verso il fondo, attraversando un banco di piccoli pesci. Le spugne si trovavano facilmente in quella stagione e il ragazzo sapeva che lui e suo fratello avrebbero potuto guadagnare un discreto gruzzolo, rivendendole al mercato dell’isola.

Il giovane, sebbene fosse la prima volta che pescava in quel tratto di mare, individuò subito le più belle e grosse e le staccò dal fondale, riponendole nella rete a maglie strette che portava legata in spalla. Ne prese tre, quindi si slanciò verso l’alto per ricaricarsi di aria.

Il fratello lo vide fare capolino con la testa, sul pelo dell’acqua, inspirare ed espirare per gonfiare il più possibile i polmoni, quindi rituffarsi sotto la superficie.

Al terzo viaggio verso i fondali marini, un luccichio attirò l’attenzione del ragazzo. Poco distante, in direzione della zona di maggiore profondità, qualcosa aveva riflesso per un breve istante la luce del sole, che filtrava senza difficoltà attraverso l’acqua limpida.

Ricordando il gran numero di navi antiche naufragate in quella zona nel corso dei secoli, il ragazzo si diresse verso quel luccichio, sperando di trovare qualcosa di prezioso.

L’oggetto, che sporgeva appena dalla sabbia biancastra, era chiaramente una moneta, probabilmente molto antica e sicuramente là sotto ce n’erano delle altre, magari un intero tesoro.

Il giovane sollevò lo sguardo e quello che vide gli fece spalancare la bocca per la sorpresa, lasciando scaturire verso l’alto un grappolo di bolle d’aria.

Sotto la sabbia del fondale due occhi bianchi sembravano fissarlo. Fu solo ad uno sguardo più attento che poté riconoscere il viso femminile di una statua di bronzo, quasi completamente sepolta.

Ma fu quelloche intravide verso il fondo dell’abisso poco distante a colpire davvero la sua fantasia di ragazzo.

Il pescatore di spugne, realizzando che non sarebbe mai riuscito a raggiungere quella zona con la poca aria che aveva nei polmoni, si spinse verso la superficie, si rifornì di aria quanto più possibile, quindi si immerse nuovamente, lanciandosi subito come un siluro verso la zona più profonda… ed ecco che una meraviglia unica comparve sotto i suoi occhi, molti metri più in basso.

Una grande nave di legno, forse una quadrireme, se ne stava reclinata sul fondale, custodendo nel suo ventre semidistrutto chissà quali tesori.

(da“Antikythera”)

 

L’imponente mole dell’Acropoli, che durante il giorno risplendeva abbagliante sotto la vampa d’agosto, si stava tingendo dei tenui colori del tramonto.Era il momento della giornata che lui preferiva, quando si accomodava in poltrona e ammirava, dalla grande finestra della sua casa nel quartiere più antico di Atene, i segni della passata gloria della sua città.

Al tramonto gli sembrava quasi che i marmi del Partenone, ora di un bianco accecante, tornassero ai loro antichi colori, soprattutto il rosso. In quel momento rimpiangeva la fortuna degli antichi Greci, che avevano potuto ammirare il capolavoro scultoreo di Fidia nella sua completezza.

Qualcuno bussò alla porta, distogliendolo dai suoi pensieri.

«Avanti!« disse.

Il maggiordomo entrò, con l’espressione di chi sta per annunciare una visita. «Il signor Dimitrios è arrivato.»

«Lo faccia pure entrare.»

Il servitore uscì e un istante dopo dalla porta entrò l’ospite annunciato.

«Dimitrios! E’ da un po’ che non ci vediamo.» lo salutò il padrone di casa.

«Colpa mia, Alexis. Sono sempre in viaggio per lavoro.» rispose il visitatore.

«Male! Bisogna sapersi prendere un momento di relax, per leggere un libro o ammirare un monumento.»

Dimitrios guardò fuori dalla finestra e vide l’Acropoli che sembrava prendere fuoco sotto il sole rosso del tramonto.

«Con un simile panorama davanti agli occhi, anch’io mi rilasserei volentieri, ma purtroppo intorno a casa mia ci sono solo orribili palazzoni.»

«Ma dimmi, Dimitrios, cosa ti porta da queste parti?» gli domandò il padrone di casa.

«Credo che tu lo sappia meglio di me, anche se ti piace fingere indifferenza.» lo punzecchiò l’ospite.

«Sì, lo immagino.» ammise Alexis «Anzi, mi aspettavo che avrebbero mandato proprio te a chiudere la pratica “Talos”.»

«Hanno mandato me perché sono il miglior elemento dell’Agenzia.»

«Hai già un piano per eliminare questa nuova discronìa?» gli domandò Alexis.

«Per il momento seguirò gli eventi. Troppe persone girano intorno al nostro guerriero di bronzo.» spiegò Dimitrios «Al momento opportuno interverrò risolutamente, come facciamo da millenni.»

Il padrone di casa si voltò nuovamente ad osservare l’Acropoli immersa nella luce del tramonto.

«Pensa a tutti i turisti che anche oggi hanno ammirato il Partenone, l’Eretteo, il Museo.» rifletté «Per loro la storia antica è ancora la stessa che hanno studiato nei libri. Non potrebbero mai immaginare che quella che vedono e conoscono è solo la punta dell’iceberg e che sono più le cose che ignorano di quelle che sanno.»

«E’ vero.» annuì Dimitrios «E il nostro compito è far sì che l’iceberg continui a restare sotto il pelo dell’acqua.»

(da “Il guerriero di bronzo”)

 

La luna piena illuminava la facciata dell’antica chiesa romanica, che di notte acquistava un aspetto ancora più inquietante.«Hai visto quel vecchio film, “La casa dalle finestre che ridono”?» chiese Luca a Silvia, cogliendo quell’atmosfera lugubre «Anche lì c’è un affresco misterioso e i due protagonisti fanno una bruttissima fine.»

«Se stai cercando di spaventarmi per farmi tornare sui miei passi, hai fatto male i conti.» tagliò corto lei «La mia curiosità artistica è più forte della paura che mi trasmette quell’affresco.»

Luca non rispose e fece finta di non accorgersi del tremito nella voce della ragazza, che contraddiceva il tono deciso di quelle parole.

I due si avvicinarono alla chiesa, la costeggiarono di lato e aprirono, con la loro copia delle chiavi, la porticina secondaria, quella da cui passava sempre il parroco.

L’interno era avvolto nel buio, fatta eccezione per la debole luce bianca che penetrava attraverso le strette finestre verticali.

I due ragazzi accesero le loro torce elettriche ed illuminarono l’altare, dietro il quale c’era l’ingresso alla cripta. Si avvicinarono al cancelletto di ferro e lo aprirono, con le altre chiavi che il parroco aveva dato loro. Scesero con cautela le scale e si trovarono nella cappella sotterranea.

Silvia fu la prima a proiettare il fascio di luce della sua torcia sull’affresco murale e quella fu la prima volta che lo poté apprezzare veramente nel suo fascino spaventoso.

Le figure nude dei dannati sembravano quasi danzare realmente con gli orribili scheletri che li stavano conducendo all’Inferno e l’intero affresco sembrava quasi un gigantesco vortice, un’agghiacciante discesa nel maelstrom, come quella del racconto di Edgar Allan Poe.

Al centro della composizione, la figura terrificante della Morte Regina attendeva le anime dei dannati, aprendo il nero mantello per accoglierle nel suo regno tenebroso.

Gli occhi e le bocche dei personaggi che l’artista aveva ritratto erano spalancati in una smorfia di terrore atavico, che sembrava quasi esplodere all’esterno della pittura ed aleggiare nell’aria, insieme alle urla strazianti di quelle anime tormentate.

«Di notte fa tutto un altro effetto, vero?» bisbigliò Luca.

«Forza! Prima facciamo i nostri prelievi e prima usciamo da qui.» lo esortò Silvia, che non sembrava più tanto convinta della sua idea.

I due ragazzi scelsero i ritratti da esaminare ed iniziarono il loro lavoro clandestino. Silvia grattò con il suo bisturi una piccola porzione di colore in corrispondenza di una gamba del personaggio che lei aveva identificato come Giangaleazzo Respighi. Dopo avere chiuso il campione in una delle bustine trasparenti che teneva con sé, passò ad un altro dannato.

Quando ebbe terminato la raccolta dei campioni, tornò ad esaminare i personaggi che aveva intaccato, per controllare di non averli danneggiati eccessivamente.

La sorpresa fu tale che il bisturi le cadde di mano.

«Luca!» gridò.

«Che ti prende? Ci farai scoprire dal custode!» la zittì l’amico.

«Non ti sei accorto di niente facendo i prelievi?»

«No, non ci ho fatto caso. Perché?»

«Guarda con i tuoi occhi.»

Luca inizialmente sbuffò, ma la sua insofferenza si trasformò subito in stupore appena diede un’occhiata al primo personaggio a cui aveva fatto il prelievo.

«Cosa?» esclamò, incredulo.

Luca si precipitò subito a ricontrollare tutti i personaggi che aveva manomesso, ma il risultato era sempre lo stesso: i segni del bisturi sui corpi dei dannati erano spariti, come se fossero stati riassorbiti nel colore dell’affresco.

(da “Danza Macabra”)

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About Daniele Ramella

Vivo a Novara, ma la mia ispirazione nasce a Torino, città densa di fascino e di mistero. Nel 2004 pubblico il mio romanzo d'esordio, "Il mummificatore", per l'editore Ananke, romanzo giallo a fondo horror che l'anno successivo vince il Primo Premio nel settore Narrativa del Concorso Torino Arte Città Amica. Nel 2006 viene pubblicato il mio secondo romanzo, "Il mistero del bosco maledetto", sempre un giallo tendente all'horror, per l'editore L'Età dell'Acquario. Nello stesso anno un mio racconto di fantascienza, "Un messaggio ai Posteri", arriva secondo al concorso NeroPremio, organizzato dal sito specializzato LaTela Nera, e viene pubblicato nell'antologia "Sedotti dal Buio" (Ferrara Edizioni). Nel 2009 un mio racconto viene incluso nell'antologia Turin Tales (editore Lineadaria), ambientata nei caffè storici di Torino. Dal 2014 ho deciso di intraprendere la strada del self-publishing e di pubblicare solo in formato e-book.
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