Il racconto del venerdì – Il procacciatore del Diavolo

diavoloVi ho mai raccontato di quella volta che ho incontrato il Diavolo?
Sì, proprio lui, quello con la D maiuscola, sebbene non avesse gli zoccoli caprini. O perlomeno, io non li ho visti, forse perché erano nascosti dietro un’elegante scrivania in mogano.
Era inevitabile che lo incontrassi, prima o poi, con il lavoro che facevo a quei tempi, ovvero l’agente di commercio. Più precisamente, il procacciatore d’affari, termine assai sgradevole, ma che rende molto bene l’idea.
Il mio lavoro consisteva nel vendere spazi pubblicitari per un’azienda leader nel settore, della quale non faccio il nome. Giravo le ditte, i negozi, i ristoranti, insomma tutte le attività commerciali di una grande metropoli o di un piccolo paese e proponevo ai titolari di mettere il proprio nome e logo su qualche cartellone di tre metri per due.
Detto senza giri di parole, era un lavoro di merda, perché non avevo uno stipendio, ma una provvigione sui contratti andati a buon fine e le risposte negative erano nettamente superiori a quelle positive.
In un simile periodo di crisi, infatti, chi mai accetterebbe di noleggiare uno o più cartelli pubblicitari per cinque anni, quando magari la sua attività non sopravviverà neanche fino all’anno successivo?
Di per sé, quei cartelli non costavano neanche eccessivamente: ottocento euro trattabili all’anno, moltiplicato quindi per i cinque anni di contratto. Il problema erano però le tasse pubblicitarie, che in molti casi superavano di molto il costo del singolo cartello. Inoltre ogni anno c’era un aggiornamento Istat sul noleggio. Insomma, al quinto anno il cliente si trovava a pagare cifre spropositate, soprattutto se aveva più di un cartello.
Il primo mese di lavoro, la durata dei contratti e l’ammontare delle tasse comunali erano il principale problema nel chiudere i contratti, perché i clienti, a quelle condizioni, si tiravano subito indietro.
Io però avevo un disperato bisogno di soldi. Così, smisi di parlare ai clienti di tasse e di durata dei contratti.
Avevo messo a punto una strategia vincente: nel momento in cui mi veniva chiesto il costo dei cartelli, la mia risposta era questa: «Ottocento euro per tutto l’anno, più IVA, tasse escluse.»
Tecnicamente non era una bugia, era solo il modo di dirlo che li fuorviava, perché in quel modo davano per scontato che il contratto era di un solo anno e non indagavano oltre. Quanto alle tasse pubblicitarie, davo sempre una cifra arrotondata per difetto. In questo modo, qualche contratto in più riuscivo a portarlo a casa, anche se il momento peggiore era quando il cliente leggeva bene il contratto che aveva firmato o si trovava in mano la prima fattura. La telefonata di insulti al mio cellulare era in quei casi inevitabile, ma bastava che non scoprissero il mio indirizzo o la targa della mia macchina.
Visto il mio approccio senza scrupoli con i clienti, ero quindi diventato a mia volta un cliente ideale per il Diavolo, sebbene ancora non lo sapessi.

Il giorno fatidico che cambiò la mia vita arrivò in prossimità delle feste natalizie, proprio il periodo dell’anno in cui nessuno si aspetterebbe di incontrare il Diavolo, al limite un grasso signore barbuto, vestito di rosso e con una contagiosa risata.
Un potenziale cliente aveva telefonato in sede, chiedendo di parlare con un agente, perché voleva alcuni cartelli pubblicitari. Sembrava un buon cliente, perciò fui ben felice di essere proprio io ad occuparmene.
L’attività in questione era una grande sala da gioco, di quelle che nascono come funghi in questi anni di crisi e che prosperano sulle disgrazie della gente.
Attraversai a fatica il parcheggio lastricato di neve ghiacciata ed entrai, vincendo il mio disgusto per quegli ambienti squallidi.
L’atrio d’ingresso era più che sfarzoso, il pavimento consisteva in una morbida moquette e le pareti erano coperte da arazzi dalle tinte calde. Tutto doveva richiamare il lusso e la ricchezza, ma, paradossalmente, le micidiali macchinette da gioco, che disintegravano interi stipendi, si notavano poco, addossate com’erano alle pareti. Davanti ad ognuna c’era però un giocatore dallo sguardo febbrile e dalle mani sudate.
La ragazza dal generoso décolleté che stava dietro al bancone mi salutò, io mi presentai e lei chiamò qualcuno per accompagnarmi dal grande capo. L’addetto alla security che mi condusse al piano superiore era educato ma ovviamente alto e muscoloso.
Il proprietario della sala da gioco era seduto dietro una grande scrivania in mogano e mi stava aspettando.
Aveva pochi capelli e la barba grigia ed era vestito di nero, ma non assomigliava ad Al Pacino né a Robert De Niro.
Mi fece accomodare ed io mi guardai intorno.
Mi spiace deludervi: niente gigantografie dell’Apocalisse né crocifissi capovolti. Un ufficio dozzinale, tutto sommato, con scaffali e armadietti metallici chiusi a chiave.
Arrivò subito al dunque e chiese il prezzo di venti cartelli pubblicitari sparsi in tutta la provincia.
Non so perché, sarà stato il timore che mi incuteva o la certezza che tanto era sicuramente ricco sfondato, ma questa volta dissi tutto: noleggio, tasse pubblicitarie e durata del contratto.
Lui rispose che gli interessava, ma che voleva prima vedere dove si trovavano gli spazi disponibili, perché voleva la garanzia che tutti vedessero i suoi cartelli e venissero attirati nella sua sala da gioco.
Fu a questo punto che la sua espressione mutò e i suoi occhi divennero intensi e indagatori. «Lei si sente a disagio, vero?» mi domandò.
«Cosa intende dire?» feci finta di non avere capito.
«Questo posto non le piace. Io non le piaccio.» insistette.
«Ognuno fa il proprio mestiere.» tagliai corto, per evitare problemi.
«E anche il suo mestiere non gode certo di un’ottima fama, non è così?»
Davvero diabolico. Stava già cercando di mettermi sul suo stesso piano, come a dire che io e lui eravamo simili.
«A volte ci si trova costretti a scegliere se essere coerenti con i propri ideali o se scendere a patti con la propria coscienza, pur di raggiungere uno scopo.» risposi.
«Chiami le cose con il loro nome. Lei sta parlando del vile denaro, vero?»
«Ammetto che le provvigioni che mi verrebbero in tasca da un contratto per venti cartelli mi risolverebbero molti problemi.»
«Ma questo non la rende entusiasta. Come mai?» domandò lui, mellifluo.
Io non risposi.
«Glielo spiego io. Lei considera immorale quello che noi facciamo qua dentro e quindi si sente a disagio a fare affari con me.»
«Sta cercando di leggermi nel pensiero?»
«Non ce n’è bisogno. Si vede dalla sua espressione che non ha molta stima di chi gestisce una sala da gioco.» disse lui «E sbaglia. Io offro alle persone solo quello che loro mi chiedono. Nessuno viene obbligato ad entrare da me, se non lo desidera.»
«Sono obbligati dalla disperazione.» obiettai io.
«Anche lei è obbligato dalla disperazione, quando sceglie consapevolmente di non dare alcune informazioni essenziali ai suoi clienti?»
Forse fu in quel momento che compresi di essere al cospetto del Diavolo, ma continuai a fingere di non capire.
«Lei è convinto di capire tutto del suo interlocutore, da un semplice sguardo?»
«Oh, no! Io so davvero tutto di lei!» rise lui, appoggiandosi allo schienale.
In quell’istante, ricordo di avere udito chiaramente un agghiacciante rumore da dietro la scrivania, come se qualcosa di innominabile stesse strisciando sul pavimento, ai piedi del mio interlocutore.
Ricordo di essermi alzato di soprassalto, facendo cadere la valigetta, che tenevo sulle ginocchia, e di avere balbettato qualcosa, tipo che sarei tornato la settimana successiva con le posizioni dei cartelli di cui aveva bisogno.
Uscii dall’ufficio, scesi al pianterreno e attraversai la sala da gioco quasi di corsa, cercando di ignorare alcuni particolari che probabilmente erano dovuti soltanto alla suggestione.
I giocatori immobili davanti alle videolottery luminose, che sembravano osceni totem eretti in nome di una sanguinaria divinità ancestrale.
La barista e l’addetto alla security che si accoppiavano come cani sul bancone.
Il pianto e lo stridor di denti che sentivo in lontananza e che sembravano provenire dalla scala che scendeva nel seminterrato.
Quando uscii all’aria aperta, mi sembrò piacevole persino il gelo dell’inverno.

Le giornate successive furono le peggiori della mia vita. Incubi terrificanti mi tormentavano nel sonno, attacchi di panico e sensi di colpa mi assalivano da sveglio.
Che fare? Cedere al bisogno di soldi e chiudere il contratto, perdendo così la mia anima?
D’altra parte, potevo anche essermi immaginato tutto. Quello sgradevole individuo poteva essere soltanto uno a cui piaceva giocare con i suoi interlocutori. Il buttafuori e la barista potevano essere semplicemente due pervertiti. Anche quei lamenti sotterranei me li ero probabilmente immaginati.
Non avevo ancora deciso con sicurezza cosa fare, il giorno che tornai alla sala da gioco e mi feci accompagnare, per la seconda volta, al cospetto del sulfureo personaggio. Non potevo certo immaginare che il cliente mi fosse già stato soffiato da qualcuno più scaltro e con meno scrupoli di me.
Di fronte alla scrivania in mogano stava infatti seduto l’agente più anziano della mia azienda, quello che mi aveva fatto da tutor la prima settimana di lavoro.
Avete presente il tipico bauscia milanese, convinto di essere il miglior venditore sulla piazza? Uno che, quando ha un nuovo sottoposto, lo tratta come faceva il caporale di Full Metal Jacket con “Palla di lardo”? Il tipico addestratore che, se non fai contratti, sei una merda, se li fai è solo perché sei passato di lì al momento giusto? Uno che probabilmente sarebbe capace di vendere anche sua madre?
Ecco, il figlio di puttana seduto in quell’ufficio e del quale non dirò il nome era esattamente così.
«Prego, si accomodi. Stavo giusto chiudendo la trattativa con il suo tempestivo collega.» mi accolse il titolare della sala da gioco, indicandomi un’altra sedia.
«Fin troppo tempestivo.» mi lasciai sfuggire.
«Non prendertela, ragazzo, chi primo arriva meglio alloggia.» disse il figlio di puttana, facendomi pure l’occhiolino.
Il cliente prese il contratto, lo firmò e lo passò al mio collega, che lo controfirmò nell’apposito spazio.
«Come vede, abbiamo fatto entrambi un ottimo affare.» concluse il demoniaco personaggio «Spero sia consapevole che da parte sua ci sarà una contropartita da pagare, quando verrà il momento.»
«Ueh ciccio, per chi mi hai preso? Leggiti un po’ meglio il contratto.» lo interruppe il mio collega.
CICCIO?!
Non potevo credere alle mie orecchie! Evidentemente quel buffone non aveva ancora capito con chi stava parlando.
Indispettito, il padrone di casa allungò la mano per prendere il contratto e lo rilesse. «Ma cosa significa? Questa non è la sua firma!» sbottò infine.
«Certo che no! È la sua!» rispose il mio collega, indicandomi.
«La mia? Ma che cazzo stai dicendo?» replicai io, afferrando al volo il foglio.
In calce al contratto, nella casella riservata all’agente, c’era davvero la mia firma, falsificata quasi perfettamente. «Ma che diavolo significa?» protestai.
«Per prima cosa, evitiamo di pronunciare il mio nome invano.» ordinò Sua Maestà Infernale «In secondo luogo, caro ragazzo, mi duole comunicarti che il tuo collega qui presente mi ha appena ceduto la tua anima.»
«Sbagliato, bello! La firma non l’ha apposta lui, quindi l’anima del ragazzo è in una cassaforte blindata di cui solo io ho le chiavi. Ti è chiaro questo?»
Il Diavolo (perché ormai non avevo più alcun dubbio che fosse davvero Lui) cominciava ad innervosirsi.
«Allora è la tua anima che è condannata, vecchio, perché sei tu che mi hai fatto firmare il contratto!»
«Sbagli ancora, mio caro. La tua firma c’è, ma la mia no.» lo schernì nuovamente quella vecchia volpe del mio collega.
L’essere dietro la scrivania sembrò quasi gonfiarsi a dismisura, come la rana di un’antica favola greca, ma non esplose e fortunatamente non ci incenerì, anzi, sembrò quasi cedere alla logica ferrea del suo avversario.
«Ti credi più furbo di me solo perché hai vinto questa partita, vero? Sappi allora che ti chiederò la rivincita. Con il lavoro che fai stai sicuro che avremo altre occasioni per rincontrarci.» ringhiò il Diavolo, la cui voce sembrava adesso venire da dentro una caverna.
«Allora, se non c’è altro, noi ce ne andremmo.» bisbigliai io, girandomi verso la porta.
Anche il mio collega si alzò e mi seguì, mentre l’oscuro personaggio fremeva di rabbia dietro la scrivania e ombre indescrivibili percorrevano le pareti come neri serpenti.
Quando fummo fuori, nel piazzale ghiacciato, io inspirai a pieni polmoni l’aria gelida, non riuscendo a credere di essere uscito vivo e sano di mente da quella avventura. Il mio compagno invece si accese un sigaro, aspirò una boccata di fumo e mi fece un sorriso da iena. «Dì la verità, bimbo, non te l’aspettavi che fossi proprio io a salvarti il culo, vero?»
«Io però non ho ben capito i tuoi ragionamenti.» dissi «Abbiamo o non abbiamo un contratto per venti cartelloni pubblicitari con il Diavolo? E la provvigione di chi è? Mia o tua?»
«Ma quale provvigione? Nessuno di noi due caverà un centesimo da questa storia, dammi retta. Voltati un po’, se non mi credi.»
Io mi girai verso la sala da gioco dalla quale eravamo appena usciti… e questa non esisteva più. Al suo posto c’era solo un grande capannone abbandonato, con il tetto in rovina e le finestre a pezzi.
Il mio collega mi porse il contratto che aveva appena stipulato e vidi che era assolutamente intonso, come se non fosse mai stato compilato.
«Beh… che posso dire? Grazie per avermi salvato.» balbettai io, allungando la mano verso di lui per stringere la sua.
«Ma che grazie e grazie! La verità è che hai perso un contratto, quindi adesso devi trovare in fretta un altro cliente, cazzo! Io ti ho salvato l’anima, ma nessuno ti salverà il culo da me, se questo mese non fai settemila euro di fatturato!»
Vi ho già detto che razza di lavoro di merda è quello del procacciatore d’affari?

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About Daniele Ramella

Vivo a Novara, ma la mia ispirazione nasce a Torino, città densa di fascino e di mistero. Nel 2004 pubblico il mio romanzo d'esordio, "Il mummificatore", per l'editore Ananke, romanzo giallo a fondo horror che l'anno successivo vince il Primo Premio nel settore Narrativa del Concorso Torino Arte Città Amica. Nel 2006 viene pubblicato il mio secondo romanzo, "Il mistero del bosco maledetto", sempre un giallo tendente all'horror, per l'editore L'Età dell'Acquario. Nello stesso anno un mio racconto di fantascienza, "Un messaggio ai Posteri", arriva secondo al concorso NeroPremio, organizzato dal sito specializzato LaTela Nera, e viene pubblicato nell'antologia "Sedotti dal Buio" (Ferrara Edizioni). Nel 2009 un mio racconto viene incluso nell'antologia Turin Tales (editore Lineadaria), ambientata nei caffè storici di Torino. Dal 2014 ho deciso di intraprendere la strada del self-publishing e di pubblicare solo in formato e-book.
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2 Responses to Il racconto del venerdì – Il procacciatore del Diavolo

  1. Mala Spina says:

    eheh, veramente carino 😀
    Forse potrebbe diventare anche un racconto più lungo!

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